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Matilde Sartorari

E NON SOLO………..ANCHE EVENTI NELL’ARTE……..www.matildesartorari.com

Il Residence Lago di Garda di proprietà della Famiglia Bonato, eredi della pittrice Matilde Sartorari della corrente Macchiaiola Fiorentina….. in suo ricordo per i 20 anni dalla morte 1988 – 2008, hanno creato un’esposizione permanente delle sue opere all’interno del Residence.

 

Alcune note critiche qui in seguito…. per darvi un’idea del valore dell’Artista….a lei dedicato  dalla sapiente penna di Nadia Scardeoni!

Mi sono accostata all’opera di Matilde Sartorari solo di recente.
È stato un incontro fortuito che mi ha procurato una grande gioia come se la sua “forma pittorica”, quel suo sommesso e insieme potente equilibrio fra connotazione e soggetti, contagiasse di una luce di perfettibilità i sedimenti incompleti e recisi della mia più remota vocazione artistica.
Ogni quadro ha la sua “misura” dentro una ricerca sapiente di armonie di colori di tratti di guizzi, di luci, di scavi di ombre vitali.
Non un gioco … piuttosto uno sguardo capiente, inesausto che si adagia sui fatti e mai sulle cose.
Sostando ….oltre i fiori, i paesi, le figure …restando un poco in silenzio, si sente leggero leggero, il ticchettio dell’ora che si consuma nella felicita’ del suo sguardo …

Alcuni stralci critici , qui di seguito, a partire dal 1919, ci consentonio di rivisitare il contesto culturale che ha affiancato la ricerca pittorica. di Matilde Sartorari. E se talvolta è stata omaggiata da una critica densa di dubitante benevolenza, il peso non è stato poi così determinante.: Infatti, Matilde procede in perfetta assonanza con sé stessa: “dice e non si lascia dire”.

La poesia se explica sola; sino no, no se explica. Todo comentario a una poesia se refiere a los elementos circundantes a ella, estilo, lenguaje, sentimientos, aspiracion, pero no alla poesia misma. La poesia es una aventura hacia lo absoluto.
PEDRO SALINAS

Le nature morte di Matilde Sartorari, molti suoi schizzi, paesaggi, figure sembrano dipinti da mano virile ed espertissima. Alcuni pezzi sono un vero prodigio di armonia dei colori. Certe piccole impressioni sono talmente luminose, così gaie di luce e così fresche di colorito, da ricordarci le migliori cose dei nostri più gloriosi toscani. Si tratta di un arte senza lenocini, senza pretese di pensiero; sincerità di visione e di espressione, tocchi rapidi e sicuri.
Sotto il colore c’è il disegno e di saper disegnare la Sartorari lo prova in certi piccoli schizzi a matita segnati con molto senso dell’insieme e del movimento.
FERDINANDO PAOLIERI (La Nazione, giugno 1919)

Cesare Ciani … non ha potuto insegnare alla sua allieva che una cosa sola: il fedele rispetto della natura; nient’altro un ribelle e libertario erede di quel glorioso patrimonio ideale poteva insegnare, in nessun altro modo influire nella delicata formazione di una personalità nuova.
GIUSEPPE DE LOGU(Voce Repubblicana, 1923)

La spigliatezza e freschezza e disinvoltura di questa pittrice dall’occhio sicuro e dalla mano facile che s’è assimilato un mondo pittorico con quella prontezza che le donne hanno istintiva: tanto piu’ che ella non imita…assorbe
ROBERTO PAPINI (Il Mondo,1923)

A ben guardare, in più di un pezzo, si nota subito quel che di netto, di asciutto, di segnato, …eppure di aggraziato, di ben detto insomma, che è proprio della migliore maniera toscana
LEONARDO BORGESE (Corriere della Sera, 1950)

Nella pittura di lei e’ consustanziale e compresente la gioia dell’atto creativo, non la fatica e la concentrazione, com’è spesso manifesto. Il dato emerge, per quanto irrazionale e dissueto; la gioia si trasferisce all’osservatore per contatto. Sorprende un fatto in chi la conosce. Matilde Sartorari, vivendo appartata, in sommessa discrezione, subì rovesci, dolori solitudine. Lo spettatore dei suoi dipinti si domanda incredulo come l’artista pote’, malgrado cio’ far sgorgare spontaneità, conservare serenita’, mantenere lo sguardo limpido della giovinezza. Ecco una donna nella quale non è perita l’innocenza. E non ha più diciassette anni.
GILBERTO ALTICHIERI (dal Catalogo della Mostra: MATILDE SARTORARI, San Floriano, 1974)

stralci da UNA RICERCA LIBERA E APPARTATA
G.L.VERZELLESI
Introduzione alla Mostra Antologica, Dipinti e Disegni 1919-1984
MATILDE SARTORARI – Sessant’anni di Pittura
GALLERIA DELLO SCUDO – 1985 – Verona

Per apprezzare la qualità della figurazione di Matilde Sartorari, bisogna uscire dalla cerchia dei modernisti snob, che non ha occhi se non per l’arte ultima e – secondo la pungente ma ineccepibile espressione di Huizinga – “vive nella miopia del momento”. Per cogliere la genuita’ del talento, che la pittrice veronese ha saputo mantenere vivo anche nel corso degli ultimi decenni, bisogna lasciare la via dello storicismo spurio che continua a fare questione di “tendenze” e squalifica come “datato” tutto cio’ che non sembri abbastanza sfolgorante di novità’ provocatoria …

… Da questa convinzione deriva un tranquillo, tenacissimo rifiuto di condividere le varie poetiche novecentesche rivolte a teorizzare, come esigenza programmatica inderogabile, il gusto della trasgressione, della dissonanza, della “disartizzazione” dell’arte cui sarebbe prescritto- come irresistibile stigma di autenticità- “il tono della sventura”. Ma questo rifiuto della Sartorari (che le è costato l’isolamento e spiega, anche se non giustifica, la disattenzione di certa critica, sensibile soltanto ai sussulti piu’ rumorosi delle tendenze d’avanguardia) è un segno di fedeltà ad una concezione della vita e dell’arte che non ha nulla in comune con il modernismo, in cui “energia antitradizionalistica diventa un turbine che tutto inghiotte (Adorno) …”

… Ogni arte – annotava Tolstoj nel diario – può deviare in due modi dalla strada maestra: volgarità’ e artificiosità’. Fra queste due vie sbagliate c’e’ solo una stradina stretta” E per questa stradina la Sartorari a continuato a procedere senza guardarsi intorno, senza timore di essere sola o troppo lontana dagli itinerari d’avanguardia, prescritti dalle “oscillazioni del gusto” della moda. Alle esigenze dell’aggiornamento conformistico, all’ambizione di arrivare ed emergere (dietro l’esempio dei pochissimi “snob di genio” e dei sempre più’ numerosi snob senza talento) ha saputo opporre un tranquillo diniego, che le fa onore: non perché sia consistito in una sorte di cieco conservatorismo, rivolto a ridurre l’arte ad un processo d’imbalsamazione o di gelido ricalco di certe figurazioni ormai stagionate e museificate: ma proprio per l’irriducibile tenacia con cui la pittrice, senza cedere allo snobismo modernistico nè a quello antimoderno, ha seguitato a mettere a prova il suo talento procedendo sulla “stradina” indicatale tanti anni fa da Ciani: un umanissimo maestro che, con probità inflessibile, continuava a ripetere all’allieva parole non molto diverse da quelle (famose ma ora quasi dimenticate) che dicono: “Bisogna coltivare il nostro giardino”.Non perdersi nel sottobosco delle vanità. Non lasciarsi sviare dai consensi che possono sterilizzare l’ispirazione.
Continuare a disegnare e dipingere avendo fede nell’occhio, che scruta e può’ cogliere, anche nelle apparenze più povere, un palpito di verità: un granello di vita da far lievitare nelle opere.

Matilde Sartorari, qualcosa di fresco.
Chiedersi come mai l’opera di Matilde Sartorari non appaia fra le pagine istituzionali della storia dell’arte del Novecento porta ad una riflessione ormai banale e datata: la creatività femminile non ha incontrato nel corso dei secoli un favore paritario alla genialità maschile.
Quando Artemisia Gentileschi, artista inequivocabile, è stata resuscitata grazie al pensiero femminista, verso gli anni Settanta e quindi dopo 400 anni, dalla bara di ghiaccio che ha impedito a centinaia di generazioni di accostarsi alle meraviglie della sua titanica forza innovatrice anche un critico raffinato come Roberto Longhi non esitò a citarla come ” l’unica donna della storia dell’arte” che avesse capito “qualcosa” della pittura … Ecco che mentre veniva riparato un mostruoso torto storico se ne apriva un altro altrettanto mostruoso nei confronti delle “mille donne artiste” relegate … succintamente, ad un rango senza cittadinanza.
In questo consolidato clima storico irruppe giovanissima Matilde Sartorari. Al primo apparire delle sue sessanta impressioni “macchiaiole” nelle sale del “Lyceum” a Firenze, nel luglio del 1919, i critici , colti alla sprovvista, subito urlarono al prodigio.
Aveva solo 17 anni e con il suo “birichino” vestito alla marinara lasciò di sasso le ornate dame del Lyceum mortificando l’attesa di una romantica giulietta. Educatasi all’arte quasi da sé, Matilde disegnava già magnificamente e non per pedissequa cura del particolare ma per uno straordinario intuito che le concedeva di rappresentare con piglio impressionistico , grazie a preziose sintesi formali e coloristiche , le suggestioni inesauste del mondo naturale che la circondava.
Il critico d’arte Mario Tinti, de Il Nuovo Della Sera, a questo suo ingresso repentino e informale nel panorama dell’arte italiana reagì un po’ scompostamente dedicandole una colonna ineguagliabile per la densità di osservazioni pregiudiziali:

Benchè sapessi che non tutte le pittrici sono “delle signore o signorine che dipingono”, pure non tanto spesso mi era capitato di dover ammettere alla regola del dilettantismo e della superficialità della pittura donnesca una eccezione così distinta come dinnanzi ai dipinti e ai disegni che la Signorina Matilde Sartorari – una pittrice non ancora diciottenne – ha esposto in una sala del Lyceum.

Dopo aver lodato le doti di spontaneità, d’istintività, di percezione immediata del colore e della forma, della giovane pittrice e averle aggiudicata una buona “gustazione del colore,
ecco la conclusione:

La sig.na Sartorari, che è stata allieva di Francesco Gioli e studia ora con Cesare Ciani ha assimilato, specialmente dal primo di questi due ottimi maestri, non solo l’accento del colore, ma alcune caratteristiche formali, e li ha assimilati con tanta aderenza da potere indurre a qualcuno il dubbio che le sue qualità siano più la conseguenza di eccezionali facoltà mimetiche e imitative che l’espressione di una individualità. È questo il dubbio che ogni discepolo deve cercare di dissipare nella propria convinzione oltre che in quella degli altri. Ed io vedo nei primi esperimenti di questa giovane, fuori della suggestione dei maestri, qualcosa di fresco, di candido, di nativo da cui potrà uscire in seguito – con la disciplina e la volontà – un definitivo carattere di artista.

Il testo critico che ha salutato l’alba di Matilde dovrebbe essere commentato e “gustato” “Lettera dopo lettera” per esaurire le nostre riserve di ironia. Viene da pensare che il nodo fondamentale della puntigliosa rimozione dell’arte femminile, perpetrata nel corso dei secoli, che solo il pensiero di genere poteva sciogliere, consista dunque in questa lapidea incapacità del “genio maschile” di recedere dal suo dominio più fertile e redditizio: la donna resa “musa ispiratrice”. È immaginabile allora come, il genio, non si sia ancora ripreso dallo sbalordimento di fronte alla rivoluzione copernicana femminista dove “l’oggettino” si alza e dice : “Sono soggetto, penso, creo, sono musa a me stessa”
NADIA SCARDEONI ( Catalogo Mostra , Società Belle Arti, 1998)